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giovedì 12 giugno 2014

La nobiltà del lavoro e del lavorare

"Il lavoro per arrivare a fine mese" di Gianni Dominici
(l'autore non condivide necessariamente i contenuti dell'articolo)
E' passato ormai un anno e poco più da quando ho iniziato la mia esperienza lavorativa in elettronica nella grande distribuzione. L'esperienza si rivela ogni giorno più piacevole e mi sta permettendo di crescere molto sia nelle competenze lavorative che trasversali.
Si conferma come sempre però una volta di più il fatto che il lavoro è davvero parte fondamentale della vita di una persona. Chiunque essa sia.
Il lavoro permette di fare quotidianamente nuove esperienze che si moltiplicano all'infinito se il lavoro è a contatto con il pubblico; persone sempre diverse una dall'altra che hanno bisogno di informazioni, un consiglio e spesso anche di sfogarsi (sì, anche quello, altrimenti non ho altro modo per giustificare certi tipi di comportamento al limite tra il maleducato e l'arrogante).
Il lavoro offre innumerevoli possibilità di crescita personale oltreché direttamente lavorativa, sopratutto se ci si trova in una grande azienda che moltiplica questo fattore; la possibilità di poter fare ogni giorno meglio del precedente, di acquisire più responsabilità e nuove mansioni porta a un aumento dell'IO che si riflette nella maggior stima e riconoscimento, anche nelle più piccole delle situazioni.
E questo non va visto come un qualcosa di automaticamente negativo o da ripudiare; volersi migliorare e aumentare la propria stima sono obiettivi sicuramente validi inseriti in un'ottica positiva della vita (non quando diventano mera autoaffermazione di sé sopra tutto e sopra tutti, pura tracotanza fine a sé stessa), la stessa Bibbia ci insegna che nessun cristiano si sarebbe lasciato crocifiggere dai Romani senza la convinzione di raggiungere così l'immortalità e la pace di Dio nel suo Regno.
Il lavoro permette inoltre di accrescere a dismisura le proprie conoscenze che nulla sarebbero senza la pratica. Ho letto per anni nei forum di come eseguire molteplici operazioni telefoniche e sui telefoni; cosa supera però un hard reset fatto perché probabilmente un'applicazione non permette più con i suoi blocchi un'ottimale gestione della batteria del telefono, dovendolo pure spiegare a una persona che ignora l'esistenza di una batteria che il telefono deve gestire e di un'applicazione che si può bloccare (“Che dice? Io uso Whatsapp o Instagram, mica applicazioni!” cit.). Alla persona citata interessa solo (in alcuni casi e non in tutti, per fortuna) dimostrare che chi gli ha venduto il telefono l'ha fregata (perché ogni transizione di denaro/prodotti o servizi deve generare per forza una fregatura a una delle parti?!), mica capire cos'ha il telefono e perché può avere problemi!

Molti storceranno il naso leggendo questo, vuoi perché un lavoro non l'hanno, vuoi perché l'hanno e non gli piace, vuoi perché qualunque lavoro gli si farà fare avranno sempre da lamentarsi perché è meglio non lavorare (e questi ultimi meriterebbero l'esclusione dalla vita della società civile come succederebbe in un alveare se un'ape pensa di sedersi in mezzo all'arnia aspettando che qualcuno prenda doppio polline anche per lei o se una formica se ne stesse in panciolle in fondo al formicaio aspettando che qualcun'altra le porti da mangiare).
Su quest'ultima cosa voglio prendere un po' la tangente perché in un momento di disoccupazione e crisi davvero mi porta orticaria ovunque considerando che anch'io ho dovuto penare 4 mesi per trovare un lavoro e ho dovuto come di giusto sudare per mantenerlo.
Non voglio infatti permettermi di analizzare il perché io in 4 mesi ce l'ho fatta e così tanti no perché ingiusto; i politici passano la vita a dire di dover analizzare gli impatti macroeconomici tralasciando l'impatto sul singolo per ovvie ragioni di tempo e possibilità umane ma io non posso assolutamente farlo essendo un poveretto solitario che il mondo lo vede dal basso. Così di fatto capisco al volo che se competenze e capacità incidono per un 60%, non possiamo tralasciare il 40% dovuto al destino. Ho portato almeno 3 volte il curriculum nella stessa azienda e sono stato chiamato alla terza; durante il colloquio per altro si era aperta una posizione in elettronica; lì ho trovato persone capaci di capire che il mio carattere inizialmente mi portava a concentrarmi sulla precisione a discapito dell'empatia ma che questa sarebbe cresciuta come mi è sempre successo man mano con la familiarità del lavoro quotidiano (ok, forse il 40% di fortuna si riduce al 20% se consideriamo che le cose sono successe per le competenze degli altri che si trovano lì per la competenza di chi gli ha dato fiducia mettendoceli). E' chiaro così che il trovare un posto di lavoro, e per di più stabile, al giorno d'oggi vuol dire un insieme di così diversi fattori che risulta difficile per molti vederseli allineare tutti davanti. Per questo, su chi non trova lavoro, e lo cerca, non voglio soffermarmi.
Alla stessa maniera su chi cerca un lavoro e non gli piace cosa potrei dire io? Nulla! Nulla perché anch'io nel mio incrocio di situazioni potevo finire magari in un altro settore e non trovarmici bene come dove sono ora. Sicuro è che non invidio per nulla chi per necessità deve lavorare ma il suo lavoro non gli piace.
Veniamo ora ai miei prediletti (si fa per dire), coloro che un lavoro non l'hanno per godere di rendite di posizione non loro. Questi ultimi senza lavoro sono l'opposto di ciò che in questo articolo vorrei traspaia, la nobiltà del lavoro che rende una persona libera e competente rispetto alla società. Il rifiuto stesso del lavoro comporta un'innaturalità che solo questa nostra società malata ha saputo creare (in natura quale persona potrebbe non cercarsi il cibo per mangiare?).

Fatti ovviamente salvi tutti i casi dove una persona sia inabile al lavoro, gli altri?
Coloro che sfruttano ammortizzatori sociali e possibilità per passare beatamente una vita a fare nulla pagati dalla collettività?
Lettori, rendiamoci conto di come ci sentiremmo se tornando a casa trovassimo ogni santo giorno un perfetto sconosciuto che mangia dal nostro frigorifero sporcando e non facendo altro che lamentarsi. Perché costoro sono anche quelli che alzano più facilmente la voce lamentandosi pure della loro situazione in cui hanno scelto di essere!
Tali imbelli e inutili frequentatori di una società che dovrebbe prenderli a calci nel sedere obbligandoli a lavorare più degli altri per ripagare tutto quello che hanno depredato ai loro fratelli, sono anche doppiamente colpevoli perché padri e madri morali del cancro odierno.
I mobilitati/cassaintegrati/prepensionati volontari che pure lavorano in nero!
Ma ci rendiamo conto di come questo stato insinui che i nostri sforzi quotidiani sono inutili per colpa del debito pubblico e di chissà quali congiunture economico-finanziarie quando in casa nostra dobbiamo portarci sul groppone un tal numero di fannulloni?
Ovviamente poi la giustificazione è che lo stato gli permette di scegliere tale stato di cose, e ti domandano chi al posto loro farebbe diversamente.
Cosa mi importa a me di che scelta farei nella loro situazione? Chissà perché a quelli che lavorano nessuno chiede se vogliono starsene a casa pagati da altri!
Ecco tutto questo per dire che non bisogna essere afflitti dal lavoro ma anzi come naturale passatempo della vita bisogna saperne trarre ogni frutto prezioso per valorizzarlo.
Sia esso spirituale, economico o di competenze.
Il lavoro nobilita l'uomo. Lo rende libero e autosufficiente in una società che necessità di lavoro. Per tutto, per ogni aspetto. Da quello strettamente materiale a quello assistenziale. Chi non lavora per parassitismo comunque viene mantenuto dal lavoro di altri; direttamente o indirettamente. Lo sfrutta, lo avvilisce, lo snatura e con il suo sfruttamento lo porta a degradarsi. Una società libera e serena non può comunque tollerare che qualcuno liberamente scelga di non lavorare. Non può essere; è illogico e innaturale. Ma chi lavora non ha tempo di badare a chi non lavora. Almeno per ora, almeno per molto tempo. Poi a un certo punto ci si ferma e si prendono le dovute conseguenze. Si chiamano rivoluzioni.

@Tosevita
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